Vivienne Westwood e Malcolm McLaren: la pelle al 430 di King’s Road

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King’s Road era la passerella dei giovani londinesi da quando Mary Quant aveva aperto Bazaar al numero 138, nel 1955. Ma negli anni Settanta tutti guardavano più in fondo alla strada, al numero 430. Il negozio era di un’ex maestra elementare e di un manager di band. In dieci anni ha cambiato nome cinque volte, e ogni nome nuovo era una nuova presa di posizione.

Quello che è rimasto, in quasi tutte queste vite, è un materiale: la pelle. Nera, pesante, borchiata, chiusa da zip, indossata da chi voleva farsi notare e farsi lasciare in pace nello stesso momento.

1972: arrivano i motociclisti

Mentre il resto di Londra comprava pantaloni a zampa, camicie di raso e tute glam, Westwood e McLaren guardavano indietro per andare avanti. Il primo negozio, Let It Rock, era un omaggio ai Teddy Boys degli anni Cinquanta. Il secondo, aperto nel 1972 sotto un teschio con le tibie incrociate, si chiamava Too Fast to Live, Too Young to Die.

La merce parlava la lingua dei club motociclistici: zip, borchie, pelle. Lo stesso materiale che per decenni aveva protetto chi viaggiava in moto, tolto dalla sella e messo in vetrina. Non c’era niente di nuovo, ed era proprio questo il punto. Un giubbotto da biker aveva già una reputazione, e Westwood e McLaren avevano capito che una reputazione si può indossare.

1974: SEX, il negozio come provocazione

Due anni dopo, sopra la porta compaiono enormi lettere rosa imbottite: SEX. Ora il negozio vende gomma, PVC e abbigliamento fetish, spesso modificato da Westwood, in un periodo in cui in Gran Bretagna quei capi si potevano comprare solo per corrispondenza.

Il V&A conserva un paio di stiletto in PVC rosso arrivati da quel negozio, con punte, fibbie e un’etichetta fatta apposta per SEX. Non sono in pelle, e la differenza conta: il PVC brilla, ma non ricorda. Era un materiale da shock per un momento di shock.

Nel 1975 McLaren comincia a seguire una giovane band per diffondere il messaggio del negozio. La chiama Sex Pistols. Il primo bassista lavorava persino al banco. Un negozio aveva la sua colonna sonora, una band aveva il suo guardaroba.

1976: Seditionaries e l’uniforme punk

La quarta versione del negozio, Seditionaries, mette tutto insieme: cinghie bondage, pelle, zip, catene, tessuti sfilacciati e i primi tartan di Westwood. Lei stessa definiva i suoi capi romantici, primitivi, tribali. Nel 1977 lo dice in modo più diretto: voleva che i suoi vestiti provocassero uno scontro.

Molti punk quel negozio non potevano permetterselo. Così lo copiavano. Tagliavano, appuntavano, dipingevano e borchiavano i propri giubbotti. È così che un look diventa un’uniforme: quando una comunità decide di potersi costruire i pezzi da sola.

Perché la pelle

Il punk poteva essere fatto di qualsiasi cosa. Ha scelto la pelle per un motivo.

La pelle tiene una borchia senza strapparsi. Regge il peso di una zip senza perdere la forma. Si può tagliare, forare, dipingere e maltrattare, e mostra ognuno di questi gesti invece di nasconderlo. Soprattutto, invecchia in pubblico. Un giubbotto portato per un anno sembra uno che ha vissuto un anno, e in un movimento costruito sull’autenticità questo valeva più di qualsiasi cosa nuova.

È questo che una conceria riconosce nella storia del 430 di King’s Road. Il materiale non è cambiato. È cambiata la lettura. La stessa pelle che sulla strada significava protezione, in città comincia a significare rifiuto.

Dalla strada alla passerella

Nel 1980 il negozio prende il suo ultimo nome, Worlds End, con il famoso orologio che gira all’indietro. Un anno dopo Westwood e McLaren presentano la collezione Pirate all’Olympia, la loro prima vera sfilata. Il sodalizio finisce nel 1984. Westwood diventerà una delle stiliste più influenti della sua generazione.

Le idee nate in quella piccola stanza di King’s Road non sono rimaste lì. Borchie, zip, pelle da motociclista e danno intenzionale passano dalla strada alla passerella, e dalla passerella al museo. Oggi fanno parte del vocabolario che qualsiasi designer può usare. Un materiale duro è diventato un linguaggio dell’alta moda, perché qualcuno ha deciso di trattarlo così.

Conclusioni

In Conceria Montebello lavoriamo ogni giorno con brand e uffici stile che arrivano con un riferimento, non con un materiale: una fotografia, un ricordo, il fermo immagine di un video, a volte una parola sola. A volte quella parola è “punk”. Il lavoro comincia lì, nel dialogo fra chi immagina e chi realizza.

È lo spirito della nostra collezione FW27/28, THE ALBUM: una palette letta come una tracklist, e la pelle ascoltata come un suono. Alcune tracce sono a volume basso. Altre, come il 430 di King’s Road, sono rumorose apposta.

Portateci il riferimento più difficile che avete. È la parte che ci piace.